Diomede Carafa

Nacque a Napoli intorno al 1406, ultimo figlio di Antonio soprannominato Malizia. Fin da giovinetto fu un fedele seguace di Alfonso I d'Aragona, che seguì e servì nelle guerre di Spagna e di Barberia. Nel 1442 partecipò all'assedio di Napoli, ove dimostrò valore e fedeltà senza pari. Questa sua fedeltà agli Aragona gli consenti ben presto di ottenere autorevole considerazione ed altissimo prestigio alla corte napoletana di Alfonso. Con Ferrante il Vecchio, salito al trono nel 1458, divenne potentissimo, ricoprendo cariche elevatissime (Gran Consigliere di Corte, Ispettore supremo delle finanze regie, plenipotenziario aragonese presso il pontefice Nicolo V) e feudi vastissimi, come quello di Maddaloni. Ricoprì, inoltre, ogni sorta d'incarichi ed a lui fu affidata l'educazione del principe ereditario Alfonso, duca di Calabria, e delle principesse reali Eleonora e Beatrice. Per gli alti meriti militari appartenne all'Ordine dell'Ermellino.

Il 1° febbraio 1465 fu investito Barone di Formicola coi territori di Pontelatone, Sasso, Sesto e Roccapiperozzi, gli ultimi due erano delle borgate situate presso Venafro, con facoltà del «mero e misto imperio» non privo del diritto di vita e di morte (la pena capitale veniva eseguita nella contrada detta Forche di Barignano, nei pressi della località ove oggi sorge la stazione ferroviaria di Pontelatone).

Diomede fu capostipite di una lunga serie di feudatari, succedutisi poi anche con il titolo di Principi di Colubrano fino a tutto il 1700 — la baronia di Formicola termina il 20 marzo 1807 con Francesco Saverio Carafa, principe di Colubrano e barone di Formicola, che riuscì, «come legittimo rappresentante del ramo cadetto di Maddaloni, a ottenere l'assenso regio, entrando in possesso non solo dei beni feudali, ridotti ormai ai soli titoli, dopo la soppressione dei feudi operata da Giuseppe Bonaparte, ma anche dei beni allodiali appartenenti ai duchi di Maddaloni»  — e iniziò ad edificare al centro del paese un magnifico palazzo con una torretta ed un seggio, sulle cui finestre si esponevano le teste dei giustiziati.

Nel contempo (1466) completò a Napoli un sontuoso palazzo che re­sta uno dei più insigni monumenti napoletani del Rinascimento, oggi de­nominato Palazzo Santangelo, situato nell'angolo tra Via S. Biagio dei Librai e Vicolo SS. Filippo e Giacomo.

L'edificio baronale di Formicola fu ultimato nel 1467 (oggi è praticamente rovinato nella sua originaria architettura) e non risultava meno sontuoso ed insigne di quello napoletano, nel quale però egli raccolse un vero e proprio museo d'arte. Di quella raccolta resta, esposta nel Museo Nazionale di Napoli, una colossale testa di cavallo in bronzo, opera del Donatello, inviatagli in dono nel 1471 da Lorenzo il Magnifico, che era suo personale amico.

Morì a Napoli il 17 marzo 1487, in Castel dell'Ovo. Nominò erede universale il primogenito Gian Tommaso, erede anche della Baronia di Formicola, e legatario il secondogenito Gian Antonio, marito di Vittoria Campanisco e padre del Pontefice Paolo IV. Fu seppellito, con enorme pompa, nel bellissimo mausoleo che si era preparato fin dal 1470, in S. Domenico Maggiore. Sull'urna si legge questa iscrizione: Huic virtus gloriam, gloria immortalitatem comparavit.

Restano di lui otto memoriali di natura morale e politica; tra cui «Trattato sull'ottimo principe» richiestogli da Eleonora d'Aragona, Duchessa d' Este, opera altamente didascalica in cui suggerisce le norme che debbono guidare gli uomini di governo negli uffici di corte, tra le pa­reti domestiche e sui campi di battaglia; «Ammaestramento », scritto per conto di Ferrante al re Enrico di Castiglia per la condotta della guerra contro il Portogallo; «Memoriale alla Serenissima Regina di Ungheria», Beatrice d'Aragona, andata sposa a Mattia Cervino e da questi, in seguito, ripudiata; «Memoriale sulla vita cortigiana»; due lettere (una al Duca di Calabria, l'altra al Duca di S. Angelo) contenenti utili insegnamenti sull'arte della guerra; numerose rime inserite nella raccolta del Giulita, stampata nel 1576. Per i suoi meriti letterari fu Accademico Pontaniano.

Il testo originale dei memoriali è conservato nella Società di Storia Patria. Fin dal '500 le sue opere furono divulgate o in latino o in un rifacimento italiano. Questi, in breve, il primo Conte di Maddaloni e Barone di Formico­la definito dal Ceci « uno dei tipi più completi del signore italiano del pe­riodo del Rinascimento».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco II Carafa

Nel 1710 la baronia di Formicola andò a Francesco II Carafa principe di Colubrano , figlio di Domenico I, il quale nei primi tempi visse a Formicola, poi si trasferì a Napoli nel palazzo di Nido, che riportò agli antichi splendori.

Nel 1724 sposò Faustina Pignatelli, duchessa di Tolve. Lui già apprezzato letterato, lei dama di vasta e proficua cultura (intratteneva corrispondenza con Newton): ben presto il Palazzo divenne ritrovo di scienziati e poeti.

Dopo qualche anno di matrimonio, si trasferirono a Formicola. Ampliarono ed abbellirono con affreschi, il palazzo baronale e trasfor­marono un'ala dello stesso, migliorandola, in teatro per uso del popolo.

Nel 1728, dopo 80 anni dall'efferato delitto perpetrato dalla plebe aizzata da Masaniello, recuperò la testa di Giuseppe Carafa, che gli era stata staccata dal busto ed era rimasta esposta al pubblico ludibrio con un cartello su cui era scritto: «Questo è Don Peppe Carafa ribelle della patria e traditore del fedelissimo popolo» (3), e le diede degna sepoltura nella Chiesa dello Spirito Santo (la lapide della tomba si trova entrando a sinistra).

Ma il motivo per cui il nome di Francesco II resta legato alla storia è da ricercarsi nella istituzione in Formicola di una sezione dell'Arcadia, fondata nell'agosto 1728, a cui aderirono numerosi poeti, che svolse fer­vide attività. Questa accademia arcadica si chiamò Caprario, dal monte sulle cui pendici si riunivano ed è esattamente quello che oggi si definisce Monte di Croce (o Razzano). Francesco ne fu il capo, con lo pseudoni­mo di Idasio, la consorte fu Faustina del Caprario. Tra i numerosi poeti citiamo solo Marco Antonio Melchiori (pseudonimo Alcone), perché formicolano. 

Intensa, dicevamo, fu l'attività dell'Accademia, di cui restano tre pubblicazioni: «II Caprario, Accademia di alcuni rimatori, che nel me­desimo monte si radunavano - Dedicato alla gloriosa radunanza di Arca­dia da Francesco Carafa, Principe di Colubrano, detto tra gli arcadi Idasio», Napoli, 1729; «Rime varie di Francesco Carafa, Principe di Colubrano, composte nella sua solitaria dimora nel monte Caprario della ba­ronia di Formicola - divise in cinque libri », Firenze, 1730; « II Caprario -Accademia di diversi rimatori che nel medesimo monte si radunarono -dedicato all'inclita e famosissima radunanza di Arcadia da Francesco Carafa, Principe di Colubrano».

Francesco II mori nel 1746, dopo aver fatto rivivere alla baronia ed alla casata i fasti di Diomede I.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roberta Carafa

Secondogenita di Antonio Carafa, principe di Stigliano e di Ippolita de Capua dei conti di Altavilla, nacque a Napoli nel 1510. Sposò Diomede III, allora conte di Ceretto poi duca di Maddaloni e barone di Formicola, che in seguito sarà nominato viceré di Sicilia.

 Roberta si stabili definitivamente nel suo palazzo di Formicola do­po la morte di Diomede (1560) e fu talmente munifica da avere conside­revoli conseguenze nella vita stessa e nei successivi avvenimenti storici del feudo.

Ci limiteremo ad elencare le opere che fece realizzare nella baronia.

Nel 1571 fece edificare, interamente a sue spese, la Chiesa dello Spirito Santo - quella aperta attualmente al culto fu costruita nel 1760, sul posto dove si ergeva quella più piccola, voluta da Roberta e ormai insufficiente a soddisfare le esigenze della popolazione. Della nuova si occupò l'abate Pascasio Anicio e fu arricchita di una tela, coprente l'intero soffìtto, dipinta da Gerolamo Starace, riproducente S. Guglielmo da Vercelli che riceve la regola dell'ordine da S. Benedetto. Attualmente detta tela è in vergognoso stato di abbandono, avvolta e relegata in terra nella Sacrestia. Difficile appare recuperarla se non si interverrà immediatamente.

Subito dopo provvide a far costruire un monastero attiguo alla Chiesa. In tale periodo era priore della comunità monastica dei Verginiani Giovanni Luigi de Ysa di Capua . Roberta, inoltre, nel 1577 donava al monastero un capitale di 500 ducati e 40 ducati annui, mentre nel 1581 faceva costruire a sue spese tutti gli arredi in legno che occorrevano al monastero.

Qualche anno più tardi fece piantare un olivete sulla collina del Monte Rageto che divideva la baronia dai territori di Capua, sulla cui sommità vi era un monastero, denominato S. Maria di Gerusalemme, te­nuto dai monaci dell'ordine dei Serviti e nel 1585 lo donò a questa comu­nità, alla quale donò anche 230 moggi di terreno agricolo, situato lungo la riva destra del Volturno al confine della baronia.

La munificenza di Roberta, quando risiedeva a Napoli vivente Diomede III, aveva interessato anche la capitale del Regno, ove, tra l'altro, aveva fondato un collegio dei Gesuiti, primo in tutto il reame.

In Formicola, poi, aiutava tutti i bisognosi (tutti i poveri che capita­vano di lunedì, mercoledì e sabato al monastero di S. Maria di Gerusalemme ricevevano pane, vino e pietanze; due doti di 18 ducati l'una veni­vano sorteggiate il 15 aprile di ogni anno tra le giovani più povere ed oneste della zona) o direttamente o tramite la comunità dei Verginiani.

Roberta mori verso la fine del 1500 dopo aver avviato Formicola, dove fu particolarmente ammirata e compianta, a divenire uno dei migliori feudi che i Carata avessero mai avuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Monsignor Michele Fusco

 

Parlare dell'Arciprete Fusco (cosi era da tutti chiamato e cosi tutti lo chiamano ancora oggi quando, di frequente, il discorso cade su di lui) non è ne facile ne grato compito considerata la vastità delle azioni e la mole della sua cultura avendo egli segnato un'epoca della storia formicolana (68 anni di fervido apostolato, due guerre mondiali, lo spaventoso terremoto del 1930, poliedrica attività culturale a livello internazionale), che non si può riassumere in una nota bibliografica. 

D'altro canto il provarvici, come noi faremo, è reso ancora più difficoltoso perché, a distanza di quasi venti anni dalla sua morte, ancora la nostra co­munità risente della sua personalità e i ricordi paiono a tutti ancora come azioni di oggi.«Sed lex», noi lo proponiamo cosi: Parroco, Patriota, Umanista. Mons. Fusco-Parroco Consacrato sacerdote a Roma, dopo aver conseguito più lauree pontificie, fin dal 1899 si propose in Formicola un vasto programma di pluriforme attività. Primo suo proposito fu quello di incrementare il Culto Eucaristico. Formò l'Associazione Figlie del Cuore di Gesù e istituì l'Opera Propagazione della Fede, incoraggiata ed encomiata dal Dicastero di Propaganda Fede. Scopri e secondò le Vocazioni Ecclesia-stiche, anche con sacrifici economici, facendo giungere al sacerdozio 13 giovani. Valorizzò la parrocchia anche dal lato economico. Infatti, avendo il Consiglio d'Amministrazione del Fondo per il Culto respinta ripetuta-mente la istanza richiedente il supplemento di congrua parrocchiale, l'Arciprete lo citò dinanzi al tribunale di S. Maria C.V. donde la lite prosegui per la Corte di Appello di Napoli e per la Cassazione fino alle Sezioni Unite, finché la Corte di Appello di Roma, in grado di rinvio, in data 13 giugno 1913, accolse tutte le richieste del Parroco Fusco, pro­spettate anche con memorie e stampa, da lui redatte. La lite, durata otto anni, sancì delle massime giuridiche, di cui si giovarono molti altri Par­roci d'Italia e fruttò un adeguato reddito alla parrocchia. Dopo il disastroso terremoto del 1930, dal Vaticano, tramite l'ingegnere Pontificio Mons. Chiappetta, ottenne gli immediati restauri della parrocchia e la edificazione della Casa Canonica. In seguito egli fece co­struire le Cappelle laterali del Tempio di S. Cristina, ne rinnovò la facciata, pavimentò l'interno e l'esterno della Chiesa, fece rifondere la campana gravemente avariata. Nell'immediato dopoguerra, quale Presidente dell'associazione diocesana della Federazione del Clero, raccolte le adesioni di molte altre diocesi, provocò la revoca del famoso decreto del Ministero Sacchi, lesivo dei diritti parrocchiali, circa le spese del culto. Il suo apostolato di Parroco si fece notare anche nel campo educativo: riuscì, dopo un decennio di insistenze, a procurare all'Asilo Infantile l'assistenza delle Suore del Patrocinio di S. Giuseppe e, per due anni, fece funzionare un Ginnasio privato, per la continuazione degli studi interrotti da giovani impossibilitati, a causa degli eventi bellici, a raggiungere i centri urbani. In definitiva il Parroco Fusco lo si può definire «temperamento squisitamente buono e fornito di commoventi doti di generosità, si è dedicato silenziosamente ai sublimi ideali della carità, soccorrendo i bisognosi, confortando gli sventurati, consigliando opportunamente, componendo divergenze, proteggendo il debole, riportando la pace e la tran­quillità nelle famiglie». Mons. Fusco-Patriota Scoppiata la guerra 1915/18, tenne nelle tredici parrocchie del mandamento di Formicola l'assistenza civile delle famiglie dei militari, profondendo, anche con periodiche conferenze in piazza, tutte le sue giovanili energie per la resistenza morale del popolo e per il conforto anche economico delle madri e delle mogli trepidanti. La sua opera in questo periodo gli meritò l'encomio e la riconoscenza del senatore Paolo Boselli. Presidente dell'Assistenza e Resistenza Nazionale. Bombardata Napoli da aerei austriaci, egli lanciò un appello ai Parroci d'Italia per la raccolta delle offerte, da destinarsi alla costruzione di aerei per la difesa della città. Nella qualità di Presidente dell'associazione del Clero Diocesano avanzò una proposta, accolta ed eseguita dal Presidente Nazionale dell'associazione, il Cardinale Pietro Moffi, perché fosse rivolta al Clero di Francia un appello, invitandolo a cooperare per la restituzione di Fiu­me all'Italia. L'Arcivescovo di Parigi, Cardinale Amette, mise in attua­zione la proposta del Fusco. Finita la guerra, si fece promotore della edificazione di una Cappella Votiva dedicata ai settantotto caduti appartenenti ai Comuni di Formicola, Pontelatone, Liberi e Castel di Sasso. Alla cerimonia della inaugurazione, 6 novembre 1921, il Generale Aibricci conferì le medaglie al valore militare alla memoria di Oscar Melchiori, M. Ugo Melchiori, Antonio Di Giovannantonio (formicolani) e di Nicola Fresa da Castel di Sasso. (1)   Mons. Fusco scrisse dei versi che dovevano essere scolpiti nel marmo, di cui trascriviamo la versione effettuata dal dott. Carlo Giuliano: "> Parlare dell'Arciprete Fusco (cosi era da tutti chiamato e cosi tutti lo chiamano ancora oggi quando, di frequente, il discorso cade su di lui) non è ne facile ne grato compito considerata la vastità delle azioni e la mole della sua cultura avendo egli segnato un'epoca della storia formicolana (68 anni di fervido apostolato, due guerre mondiali, lo spaventoso terremoto del 1930, poliedrica attività culturale a livello internazionale), che non si può riassumere in una nota bibliografica. D'altro canto il provarvici, come noi faremo, è reso ancora più difficoltoso perché, a distanza di quasi venti anni dalla sua morte, ancora la nostra co­munità risente della sua personalità e i ricordi paiono a tutti ancora come azioni di oggi.«Sed lex», noi lo proponiamo cosi: Parroco, Patriota, Umanista. Mons. Fusco-Parroco Consacrato sacerdote a Roma, dopo aver conseguito più lauree pontificie, fin dal 1899 si propose in Formicola un vasto programma di pluriforme attività. Primo suo proposito fu quello di incrementare il Culto Eucaristico. Formò l'Associazione Figlie del Cuore di Gesù e istituì l'Opera Propagazione della Fede, incoraggiata ed encomiata dal Dicastero di Propaganda Fede. Scopri e secondò le Vocazioni Ecclesia-stiche, anche con sacrifici economici, facendo giungere al sacerdozio 13 giovani. Valorizzò la parrocchia anche dal lato economico. Infatti, avendo il Consiglio d'Amministrazione del Fondo per il Culto respinta ripetuta-mente la istanza richiedente il supplemento di congrua parrocchiale, l'Arciprete lo citò dinanzi al tribunale di S. Maria C.V. donde la lite prosegui per la Corte di Appello di Napoli e per la Cassazione fino alle Sezioni Unite, finché la Corte di Appello di Roma, in grado di rinvio, in data 13 giugno 1913, accolse tutte le richieste del Parroco Fusco, pro­spettate anche con memorie e stampa, da lui redatte. La lite, durata otto anni, sancì delle massime giuridiche, di cui si giovarono molti altri Par­roci d'Italia e fruttò un adeguato reddito alla parrocchia. Dopo il disastroso terremoto del 1930, dal Vaticano, tramite l'ingegnere Pontificio Mons. Chiappetta, ottenne gli immediati restauri della parrocchia e la edificazione della Casa Canonica. In seguito egli fece co­struire le Cappelle laterali del Tempio di S. Cristina, ne rinnovò la facciata, pavimentò l'interno e l'esterno della Chiesa, fece rifondere la campana gravemente avariata. Nell'immediato dopoguerra, quale Presidente dell'associazione diocesana della Federazione del Clero, raccolte le adesioni di molte altre diocesi, provocò la revoca del famoso decreto del Ministero Sacchi, lesivo dei diritti parrocchiali, circa le spese del culto. Il suo apostolato di Parroco si fece notare anche nel campo educativo: riuscì, dopo un decennio di insistenze, a procurare all'Asilo Infantile l'assistenza delle Suore del Patrocinio di S. Giuseppe e, per due anni, fece funzionare un Ginnasio privato, per la continuazione degli studi interrotti da giovani impossibilitati, a causa degli eventi bellici, a raggiungere i centri urbani. In definitiva il Parroco Fusco lo si può definire «temperamento squisitamente buono e fornito di commoventi doti di generosità, si è dedicato silenziosamente ai sublimi ideali della carità, soccorrendo i bisognosi, confortando gli sventurati, consigliando opportunamente, componendo divergenze, proteggendo il debole, riportando la pace e la tran­quillità nelle famiglie». Mons. Fusco-Patriota Scoppiata la guerra 1915/18, tenne nelle tredici parrocchie del mandamento di Formicola l'assistenza civile delle famiglie dei militari, profondendo, anche con periodiche conferenze in piazza, tutte le sue giovanili energie per la resistenza morale del popolo e per il conforto anche economico delle madri e delle mogli trepidanti. La sua opera in questo periodo gli meritò l'encomio e la riconoscenza del senatore Paolo Boselli. Presidente dell'Assistenza e Resistenza Nazionale. Bombardata Napoli da aerei austriaci, egli lanciò un appello ai Parroci d'Italia per la raccolta delle offerte, da destinarsi alla costruzione di aerei per la difesa della città. Nella qualità di Presidente dell'associazione del Clero Diocesano avanzò una proposta, accolta ed eseguita dal Presidente Nazionale dell'associazione, il Cardinale Pietro Moffi, perché fosse rivolta al Clero di Francia un appello, invitandolo a cooperare per la restituzione di Fiu­me all'Italia. L'Arcivescovo di Parigi, Cardinale Amette, mise in attua­zione la proposta del Fusco. Finita la guerra, si fece promotore della edificazione di una Cappella Votiva dedicata ai settantotto caduti appartenenti ai Comuni di Formicola, Pontelatone, Liberi e Castel di Sasso. Alla cerimonia della inaugurazione, 6 novembre 1921, il Generale Aibricci conferì le medaglie al valore militare alla memoria di Oscar Melchiori, M. Ugo Melchiori, Antonio Di Giovannantonio (formicolani) e di Nicola Fresa da Castel di Sasso. 

Mons. Fusco-Umanista Nel campo culturale, il nome dell'Arciprete Fusco ha acquistato fama internazionale per i suoi studi umanistici, che lo hanno portato, tra le altre cose che andremo a dire, ad effettuare interessanti scoperte archeo-logiche in riferimento alla antica Trebula Baliniensis. Infatti egli è stato l'esumatore di questa sepolta città di cui scopri e descrisse le mura poligonali del VI sec. a.C., istituendo in Formicola un piccolo Museo: vasi imgrentarii, patere, dolii, armille, lycni, statere, coltelli, anfore, vasi italo-greci, pietre epigrafate, utensili romani e sannitici e due mucroni di lancia rinvenuti in due tombe di militari, uno Romano e l'altro Cartagi­nese. Essi completano l'affermazione di Tito Livio (Ab urbe condita, lib. 23, cap. 39) relativamente alla vittoriosa battaglia di Fabio Massimo contro il presidio di Annibale sull'Aeropoli Trebulana, dopo la sconfitta di Canne. Dai citati mucroni apprendiamo l'ubicazione della battaglia e la diversa specie di armi, adoperata dalle schiere belligeranti. Assai pre­ziosa risultava la collezione di numismatica composta di monete imperiali e dei Magistrati Monetari (il tutto fu rubato diversi anni or sono). L'Arciprete tenne discussioni di numismatica con il Re Vittorio Emanuele III nel corso di una lunga udienza privata. Su proposta della classe di Storia, Archeologia e Filologia, l'Assem­blea plenaria dell'Accademia Pontaniana, relatore il prof. Maiuri, a voti unanimi lo elesse Socio corrispondente. Il 20 luglio 1938, invitato a commemorare il Pontefice Leone XIII, per il trentacinquesimo della morte, l'Arciprete Fusco lesse, commentò e distribuì, nella Sala Borromini, una saffica latina composta per l'occasione. Il 21 aprile 1942 fu relatore al Congresso Nazionale di Lingua Lati­na presso l'Istituto di Studi Romani, con la dissertazione, poi stampata e diffusa anche all'estero, «Perché non s'impara bene il latino! » Fu revisore, per la parte prosodica, per conto dello stesso Istituto, del Diziona­rio Latino. Il 27 aprile 1957 fu premiato in Campidoglio quale vincitore del concorso internazionale di poesia latina denominato « Certamen Capito-linum» con l'interessante monografia «Joannes Ciudad virique ex eius instituto clarissimi». Il 2 aprile 1959, in occasione del Congresso Mondiale del Bimillena­rio di Cicerone, su invito del Presidente, on. Giulio Andreotti, compose e lesse nell'Auditorium della C.I.D.A. un'Acroasis storico-critico, che fu inserita negli atti ufficiali del congresso, (voi. I, p. 726) Fu eccezionale epigrafista latino, fra tutti citiamo i suoi distici rela­tivi a Dante Alighieri ed al Bimillenario Ovidiano, esposti nell'Aula Magna della Società di Storia Patria di Caserta e del Seminario Dantesco; quello trascritto su pergamena ed offerto al Pontefice Paolo VI, com-missionatogli dal Provveditore agli Studi di Caserta, a nome dei Presidi, dei Professori e delle scolaresche della Provincia. Ma la più grande sod­disfazione gli derivò dalla solenne Accademia, conclusiva delle feste cen-tenarie della venuta di S. Paolo a Roma, celebrate il 18 gennaio 1962 nell'Auditorium Pium, dove una epigrafe dell'Arciprete Fusco in distici, riprodotta in grandissime proporzioni col suo nome in calce, spiccava nell'abside dell'immensa aula. Collaborò, tra le altre, con le riviste Vox Urbis, Alma Roma, Parva Favilla, Musa Perennis, Latina Lingua, dio e alla Enciclopedia Treccani. Di lui si interessarono Tarozzi, Baccelli, Sofia Alessio, Cocchia, Cherbaker, Ramonio, Zenone, Arnaldi, Caldi, Terzaghi, Fighi, Pigati, Morabito, Maiuri, Corsanego, Cecchelli, Toffanin, Arangio-Ruiz, Funaiolu, De Grassi, Mustilli, il Pontefice Pio XII (del quale fu compagno di scuola) ed il classico Papa umanista Leone XIII che, lo decorò meda­glia d'argento quando, giovanissimo, consegui il diploma di dottore in Alta Letteratura Latina presso l'Istituto Leoniano. Sempre in tema di benemerenze, bisogna sottolineare che l'Arcipre­te Fusco fu insignito di: medaglia d'oro al Merito della Cultura dal Presidente della Repubblica; medaglia d'oro quale vincitore del premio na­zionale «Caserta»; medaglia d'oro del Pontificio Comitato Romano in occasione delle citate feste centenarie della venuta a Roma di S. Paolo. Fu membro dell'Accademia Pontaniana, dell'Accademia Properziana, dell'Accademia Cosentina; socio della Unione Internazionale Poeti e Scrittori Cattolici; socio corrispondente in lingua latina nei con­gressi dei latinisti di Avignone e di Lione; socio fondatore della Società dì Storia Patria di Caserta; Ispettore onorario delle Antichità, ai Monu­menti e alle Gallerie; Ispettore Bibliografico onorario. Consegui la laurea in teologia presso la Pontificia Università di S. Apollinare, in Filosofia presso l'Accademia di S. Tommaso ed il Baccellierato in Utroque jure. Infine da segnalare che fu insignito degli uffici di Vicario Foraneo, di Esaminatore Prosìnodale, di Giudice del Tribunale Diocesano, mentre il Sommo Pontefice lo titolò suo Prelato Domestico. Al di là di tutti i meriti culturali, di tutti i titoli accademici, di tutte le onorificenze ricevute. Michele Fusco restò sempre per i formicolani l'Arciprete, l'umile prelato di campagna a cui tutti potevano rivolgersi, consapevoli di ricevere conforto ed aiuto. Infatti egli intese l'espletamento dell'apostolato sacerdotale come abnegazione totale a vantaggio dei fedeli e dei bisognosi. Quanti, tramite lui, ebbero la possibilità di trovare lavoro o sollievo economico? Non ci dilungheremo oltre, diremo soltanto che, «Vox populi vox dei», mori nella più totale povertà: aveva settemila lire in tasca (e niente in nessun altro luogo) e tredicimila lire di debito presso una bottega alimentare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ottavio Morisani

(di Tobia e di Giuseppina Marra,
nato a Formicola il 14.7.1835
morto a Napoli i 26.1.1914)

Laureatosi a Napoli nel 1855, dopo avere in un primo tempo praticato la chirurgia, si dedicò all'ostetricia e alla ginecologia; libero docente nel 1869, ebbe la cattedra a Napoli nel 1874 di Ostetricia e Ginecologia e vi fondò gli «Annali» e l'Archivio. Fu nominato senatore del Regno nel 1890.

Nella fantasia degli abitanti del tempo di Formicola, buoni e labo­riosi ma con un basso livello culturale, Ottavio rimase come colui che aveva salvato da morte per parto la Regina Elena di Savoia, ignorando essi gli eccelsi livelli scientifici raggiunti dal nostro conterraneo. E la cosa che stupisce ancor più è che ancora oggi dalla stragrande maggioranza dei cittadini è ricordato per lo stesso motivo, dimostrazione di quanto sia valida la tradizione orale e di come resti radicata negli animi. È ovvio che l'aver assistito nel parto la Regina d'Italia sta a significare la fama che circondava già il nome del ginecologo Morisani. E subito a fianco di questo, un altro episodio viene rievocato. Al capezzale della Regina Ele­na si trovavano i migliori professori dell'epoca, i quali non avevano an­cora deciso il tipo di assistenza da offrire alla partoriente. Quando entrò, l'atteso Morisani fu accolto da un sorriso di scherno, quasi, sollevato dal constatare la sua bassa statura. Ottavio non si scompose, ma beffardo affermò: «I cavalli di razza non si misurano per l'altezza».

In verità questo episodio accadde realmente, non in quei termini, quando il Morisani fu nominato chirurgo della Regia Marina. Infatti egli era affetto da microsomia (era un nano, in altre parole) ma non se ne fece mai un dramma e non fu l'unico caso nella sua famiglia. Di lui si occuparono, con vignette umoristiche — che stanno ad indicare l'alto livello di popolarità raggiunto e l'attenzione del mondo so­ciale sul suo operato — i quotidiani ed i periodici dell'epoca, ispirandosi a fatti di cronaca che lo videro protagonista. Ad esempio si racconta che, recatesi a Parigi per un convegno mondiale quale oratore ufficiale, essendo giunto il momento del suo intervento, annunciato ai numerosissimi convenuti, non si presentava sul palco. Immediatamente rintracciato, fu rinvenuto dormiente in un cassetto di un armadio della biblioteca, affermò: «È un bene essere piccoli, ci si può riposare ovunque».  Nella sua famiglia si tramanda, poi, il motivo per cui si fece crescere la barba. Era, come abbiamo detto, affetto da nanismo ma di cosi ben fatte forme, non avendo tra l'altro nessun tipo di anomalia, che attirava l'attenzione delle signore, le quali, convinte di avere a che fare con un bambino, lo accarezzavano e lo stringevano al seno. Allora Ottavio, che si turbava fisicamente, per evitare l'accadere di incresciosi episodi, pensò bene di avvisare le dame di essere un uomo fatto: facendosi crescere la barba.
Un aneddoto particolarmente interessante è quello che riguarda le sue nozze. Egli fu chiamato in Grecia ove una nobildonna ateniese pre­sentava gravi difficoltà per il parto. Giunto nei pressi del palazzo di que­sta nobile famiglia, non poco dovette faticare per farsi largo tra la folla e per superare il cordone organizzato dalla forza pubblica. «Si tolga di mezzo, non intralci: stiamo aspettando il prof. Ottavio Morisani». Co­me Dio volle riuscì a far comprendere — parlava perfettamente sette lin­gue — ottenuta la parola, di essere lui Ottavio Morisani. Portato di fron­te alla partoriente, questa, vedendolo cosi piccolo, scoppiò in una risata isterica che le permise di avere le spinte diaframmali necessarie al parto. «Ero venuto qui per farvi partorire — disse Morisani — e l' ho fatto. Aspetto il giusto compenso per questo mio intervento». Gli fu chiesto di chiedere qualsiasi cosa e lui lo fece. «Chiedo la mano di vostra figlia», precisò Ottavio, avendo saputo che una bellissima ragazza vista in casa era figlia di quei nobili greci. Dopo un anno circa di dinieghi da parte della giovane, finalmente Zoe Karamazov divenne sua moglie: era alta circa un metro e ottanta!

Infine da segnalare un altro episodio che lo vide sancire una massima di particolare efficacia. Fu chiamato al capezzale di una ricca partoriente, la quale, quando lo vide entrare, rimase stupefatta ed esclamò, indispettita: «Ma come può aiutarmi, cosi piccolo, a partorire: non ha la forza! » Ottavio la guardò con scherno e rispose: «Se cosi fosse, il più forte scaricatore di porto sarebbe il più grande ostetrico! »
Ancora oggi particolarmente avvertita è la stima di quello che è sta­to uno dei più grandi ginecologi del mondo. Infatti, presso l'Università agli Studi di Napoli il reparto di ostetricia e ginecologia è a lui intestato e presso l'archivio della Scuola di ostetricia sono conservati, come reli­quie, i suoi minuscoli occhiali, il camice, il bastone e la scaletta che usava per arrivare all'altezza del lettino operatorio. Oltre, ovviamente, ai ferri ostetrici che creò per poter attuare la sinfisiotomia.  
Di lui restano numerosi trattati scientifici, tra i quali segnaliamo:

Dei restringimenti del bacino (1863);
Del parto naturale e contro natura (1864); 
Della retroversione dell'utero (1867); 
La forza nei parti (1873);
Manuale delle esperienze ostetriche (1878); 
Sui fibromi della cavità uterina (1879);
Manuale di ostetricia (1883);
Sulla sinfisiotomia (1883); 
La ostetricia in quadri sinottici (1885). 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vincenzo De Pisa

Una strada del centro storico della nativa Formicola ne tramanda il ricordo per desiderio di un discendente che, avendo ceduto gratuitamente al Comune il suolo per la realizzazione di una via di collegamento, formulò la pretesa in memoria dell’antenato che era stato costretto ad abbandonare la Patria, scomparendo, poi, nel mistero; a Nauplìa, invece, il suo nome è inciso sul monumento dedicato alla memoria dei 266 filelleni di ogni Paese che avevano combattuto per l’indipendenza greca e tra questi, appunto, Vincenzo Pisa, uno dei quattro campani del gruppo di cui facevano parte 44 italiani.
Fino a cinquant’anni fa in molti si interrogavano, senza risposta, su Vincenzo de Pisa (o d’Apisa, come risulta nel registro dei battezzati della parrocchia di Formicola in data 25 novembre 1779, o Pisa, come egli preferì semplificare la propria identità anagrafica).
Poi la ricerca dello studioso Antonio Lucarelli di Acquaviva delle Fonti che stava lavorando al quarto volume della sua pregevole opera «La Puglia nel Risorgimento»; quindi l’approfondimento del compianto Gaetano Fusco, formicolese «doc», eminente studioso e segretario generale della Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, che tracciava un compiuto profilo di Vincenzo Pisa per la rivista «Samnium», diretta e fondata dallo storico Alfredo Zazo, pubblicandone un estratto nel 1951 dal titolo «Un obliato protagonista del Risorgimento».
E già, perché Vincenzo Pisa, figlio del dottore in «utroque iure» Angelo e della nobildonna Francesca Vanni, brillante ufficiale dell’esercito borbonico, nel 1818 a Foggia col grado di maggiore nel reggimento «Cavalleria Re», fu tra i propugnatori degli ideali liberali, che propugnavano una monarchia costituzionale, ben presto coinvolto nei moti del 1820-1821, scoppiati a Nola con i sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati.
Esule in Spagna con Guglielmo Pepe, dopo un avventuroso passaggio in Portogallo, sempre col Pepe?, riparò in Inghilterra operando da lì per la causa dell’indipendenza e della libertà d’Italia. Per un anno intero, il 1821 ed il 1822, più volte da Londra si portò in Francia per contattare La Fayotte, che era l’anima del movimento liberale di quel Paese.
Definito dai servizi segreti uno dei più pericolosi rivoluzionari del Regno delle Due Sicilie, fu escluso dall’indulto del 28 settembre 1822, condannato a morte in contumacia il 21 aprile 1823 dalla Gran Corte Speciale di Napoli con la dichiarazione di «pubblico nemico» classificato tra i «rei di terza classe» ai quali era preclusa ogni possibilità di ritorno in Patria ( come il Pepe), lottò nella «Legion Liberal Estrangera» di Spagna contro le truppe reazionarie francesi dopo due anni di carcere duro in terra iberica, fu instradato per l’Inghilterra dove andò ad animare il «Comitato rivoluzionario» per tener desta la fiaccola ideale della libertà in Italia e per soccorrere la Grecia invasa dai Turchi.
Ed alla Grecia offrì la sua spada conquistando sul campo i gradi di colonnello e, quindi, di generale al comando della Messeria con le fortezze di Navarrino e di Modone, conquistando la stima incondizionata dell’intero popolo greco. Invano e più volte supplicò la grazia del rientro in Patria. A nulla valsero le credenziali del governo greco. Oramai era bollato a vita.
L’ultima amarezza nel 1839, oramai anziano ed ammalato. Un velo di mistero sulla sua morte avvenuta verso il 1841. Certamente quella di Vincenzo Pisa è una di quelle figure emblematiche del Risorgimento da leggere con maggiore attenzione per quel contributo positivo che potrà derivare all’approfondimento di pagine del vissuto dei figli migliori della nostra terra che dalla storia non hanno avuto soverchia giustizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaro Cantiello

(di Giovanni e di Marietta Petruccelli,  nato a Formicola il 16.6.1938, morto ad Alessandria il 10.5.1974)


  Medaglia d'oro al valor militare alla memoria

Brigadiere degli agenti di custodia, catturato tra gli ostaggi presi da detenuti armati di rivoltella, nonostante avesse le mani legate, raccoglieva da terra il medico del reclusorio ferito a morte e incurante del fuoco dei criminali lo trasportava a portata del personale non coinvolto che provvedeva a soccorrerlo e ad inviarlo in ospedale.

Rientrava poi volontariamente tra gli ostaggi per evitare che i ribelli mettessero in atto la minaccia di fare altre vittime se il sottufficiale non fosse tornato indietro. Nel drammatico epilogo della vicenda perdeva la vita. Fulgido esempio di alto senso del dovere e di consapevole sprezzo del pericolo.»

Mentre il sindaco di Formicola, Carlo Santarcangelo, dava lettura della motivazione relativa all'altissima onorificenza alla memoria di Gennaro Cantiello, pubblicata sulla G.U. n° 109 del 24 aprile 1975 che rendeva esecutivo il D.P.R. dell'11 novembre 1974, sulla Piazza Torre, gremita fino all'inverosimile, scendeva una palpabile cappa di commozione e un fremito di sdegno invadeva le coscienze democratiche dei pre­senti ai cui occhi si riproponeva l'efferato eccidio consumato nelle carceri di Alessandria nel lontano, ma ancora vivo, 10 maggio 1974.

Nel frattempo che il sindaco Santarcangelo ripercorreva le tappe della vita di Cantiello, gli occhi degli astanti e delle numerose autorità convenute si posavano sui familiari della medaglia d'oro al valor militare, i quali esemplarmente composti trasudavano dal loro atteggiamento di dolore tutto il dramma che avevano vissuto e continuavano a vivere.

Nel corso dell'orazione funebre il sindaco di Formicola ha posto l'accento sulla necessità di recuperare la « cellula famiglia» la cui unità e moralità risulta alla base della salvaguardia dei valori umani e di libertà.

L'on. Ventre ha ribadito che «ben si consideri la pena come mezzo di redenzione: ma non si dimentichi il dovere innanzitutto morale di tutelare al massimo la dignità e purtroppo anche la vita proprio di quanti, ad ogni livello di responsabilità (potere giudiziario e potere esecutivo) hanno il compito seducente, forse, ma impegnativo, delicato e difficile di dare questo nuovo senso alla condanna e alla pena». E nel considerare il senso di queste affermazioni una certa amarezza ha invaso i presenti nel constatare l'assenza dei vertici del competente Ministero, mentre lo Stato era rappresentato dal prefetto di Caserta, dott. Mastroiacovo. 

Una considerazione, banale se si vuole ma quanto mai vera, si leva ogni volta che un tutore dell'ordine, a qualunque livello e grado, viene colpito dalla barbara ferocia umana o dai destabilizzatori della democrazia o dai criminali comuni: « Ma sono sempre i cittadini del Sud a pagare l'olocausto di sangue alla Patria?»

E come potrebbe essere diversamente se si pensa che la vita militare è una delle poche strade rimaste al Sud per combattere la disoccupazione e che quindi viene intrapresa, soprattutto nei bassi vertici e quindi anche nei più rischiosi per il costante contatto con la «strada» o con i reclusi, come nel caso di Gennaro Cantiello, da tutti quei giovani che Non vogliono emigrare e che non cedono alla lusinga di un facile guadagno, che ben sappiamo come si potrebbe totalizzare.

La questione meridionale non è fatta solo di depauperamento di forza lavoro (emigrazione), di pochezza delle strutture pubbliche, di « area scolastica » intesa come « area di parcheggio » — che poi tra le tre classiche strade indicate per la soluzione della questione noi restiamo del parere che quella culturale sia la più logica e possibile —, di presenza-assenza dello Stato ai vari livelli, di camorra - 'ndrangheta e mafia, ma anche di una schiera di eroi che dal 1820 ad oggi, e per sempre, si è battuta, e si batterà, per la salvaguardia dei diritti della libertà e della dignità umana, con umiltà, silenziosamente e tenacemente, degni figli di questo Sud che è povero solo di risorse economiche ma non di Spirito e di Azione. Gennaro, giovane calmo, sereno, educato, rispettoso, attaccato al dovere, lo ha riproposto, questo aspetto del Meridione, con l'immolarsi sull'Altare della Patria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gaetano Lamberti

(di Giovanni e Maria Cappella,
 nato a Formicola il 31.1.1907.
 morto a Lucca il 4.9.1944)

« Gaetano Lamberti, appuntato della Guardia di Finanza, proveni­va da una famiglia numerosa — sette fratelli — ove aveva imparato che con l'onestà e il sacrificio si superano anche i momenti più difficili. L'esempio del padre, lavoratore instancabile, lo aveva spinto lungo la strada della giustizia.

 Questi sentimenti erano rimasti sempre vivi in lui, anche quando, indossata la divisa militare, dovette allontanarsi da Formicola, che oggi si vanta di annoverarlo tra i suoi figli più nobili al pari di Vincenzo Pisa — eroe del Risorgimento con Silvati e Morelli — e di Gennaro Cantiello — medaglia d'oro al valor militare — caduto nella strage del carcere di Alessandria. «Aderiva volontariamente — si legge nella motivazione dell'asse­gnazione della medaglia di bronzo al valor militare — al Movimento di Liberazione Nazionale iscrivendosi in una squadra d'azione e partecipava con entusiasmo alla lotta contro i tedeschi. Dimostrando elevato sen­so di responsabilità e sprezzo del pericolo, manteneva con fierezza il suo posto di combattimento, benché soggetto ad intenso tiro di artiglieria, finché ferito gravemente da una scheggia di granata, cadeva esanime. Bell'esempio di elevata moralità e senso del dovere. » La medaglia di bronzo alla memoria dell'appuntato Gaetano Lam­berti testimonia, là dove ve ne fosse il dubbio, che Formicola ha dato i natali, seppure piccola, a uomini che hanno offerto il loro contributo, anche di sangue, per rendere l'Italia libera e democratica. Per i cittadini questa rappresenta un'altra pagina di storia da iscri­versi ad esempio per le giovani e future generazioni. (1)
In occasione del 40° anniversario della liberazione e dell'eccidio del­la Certosa di Farneta, veniva scoperta in Lucca una lapide ed intestata una strada a perpetuo ricordo di Gaetano Lamberti. In quell'occasione una delegazione del Comune di Formicola, su richiesta del sindaco di Lucca, prof. Mauro Favilla, presenziava alla cerimonia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefano Caputo

(di Domenico e Pasqualina Simone 
nato a Formicola il 10.4.1919)  

 

«Prendeva parte alla lotta partigiana in territorio straniero distinguendosi per coraggio e alto spirito aggressivo. Porta arma tiratore, nel corso di un durissimo combattimento, rimaneva solo di propria iniziativa a fronteggiare con la sua arma un furioso contrattacco nemico. 
Resisteva sul posto per circa un'ora infliggendo gravi perdite all'avversario, che era giunto sino a pochi metri dalla sua arma.

Esaurite le munizioni riusciva a raggiungere il proprio reparto, che nel frattempo si era sistemato a difesa su altre posizioni». Cosi si legge nella motivazione della Medaglia d'argento al Valore Militare assegnata a Stefano Caputo 8.1.1968.

L'episodio si riferisce alla battaglia di Spanske Njive (Jugoslavia) del 17.1.1945.

Stefano Caputo, contadino, mani robuste e saldi principi morali, tornato a Formicola non si atteggiò ad eroe, ma, novello Cincinnato, ri­prese la vanga e le forbici da pota e via, di nuovo in campagna a spezzar­si la schiena nei duri lavori dei campi. Il passato è solo un ricordo, ora bisogna darsi da fare per guadagnare il necessario per portare avanti la famiglia. Della guerra e delle sue azioni da partigiano non una parola, neanche con i suoi più cari amici.

«Quando nel 1968 — ci racconta l'Eroe — fui chiamato a Caserta da un Colonnello dì cui non ricordo il nome, non volevo andarci. Che cosa voleva da me l'esercito? Poi fui accompagnato, per forza, dai cara­binieri e mi fu detto che il Presidente della Repubblica mi aveva assegna­to la Medaglia d'argento al Valore Militare, che mi sarebbe stata conse­gnata nel corso di una cerimonia».

Ma la cerimonia non ci fu. Stefano, che continuava a meravigliarsi del perché di tanto stupore per quello che lui aveva fatto, che era solo il suo dovere di partigiano e di combattente, chiese ed ottenne che la meda­glia gli fosse consegnata nel chiuso di quelle pareti, alla presenza, casua­le, degli astanti. Il Colonnello gliela consegnò. Da allora Stefano la tiene conservata ancora nella custodia di plastica («è quella in cui me la diede­ro » ci dice con un certo orgoglio) da cui la toglie il 4 novembre, allor­quando se l'appunta al petto per andare a rendere omaggio ai caduti del­la Cappella Votiva sita nella Chiesa di S. Cristina. Senza clamore ha vis­suto questa «investitura» ad Eroe meravigliandosi che gli altri si meravi­gliassero di quanto lui avesse fatto. Ora che in Formicola è sorto un Circolo di Combattenti e Reduci, Stefano ha detto di aver questa medaglia. Ma cosi, semplicemente, sen­za vanagloria e l'ha fatta vedere, come l'ha fatta vedere a noi, allo stesso modo di come si può far vedere un abito nuovo o una fotografia di una persona cara. Niente ostentazione, senza suonare la grancassa o dare fiato alle trombe. Ma questa sua semplicità, questa umiltà del Cincinnato a Stefano non ha portato neanche la pensione di guerra. Qualche volta — senza avere un soprassoldo fisso — da Roma gli è arrivato un vaglia di 80 mila lire. Poche migliaia di lire annue e saltuarie per un uomo che oggi avver­te i fantasmi del passato e che ha contribuito con il suo valore e con la sua abnegazione a far conquistare a tutti noi quella libertà sancita e voluta della dignità d'essere uomini. Questo, ci si chiede, la Patria riserva a chi l' ha servita fino in fondo? Ma Stefano non se lo chiede, non chiede nulla come nulla ha chiesto in passato se non dal suo lavoro instancabile e giornaliero — d'estate nei campi e d'inverno «caporale» di frantoio oleario —, è contento di quel­lo che la vita gli ha offerto e l' ha vissuta con serenità e dedizione totale ai valori umani. Con la divisione Parma, 49 reggimento fanteria, prima; con i partigiani slavi di Tito, poi: giovane vita, offerta fino all'olocausto, se neces­sario, alla Patria in guerra, la Patria in pace dimenticò che esistesse, vec­chia quercia non abbattuta dal piombo nemico ma dalla società «deferente». E lui, il Cincinnato formicolano, neanche in pace ha dimenticato la Patria: ogni 4 novembre, bandiera alta, occhi serenamente fissi su di essa, si reca a depositare una corona di alloro di fronte al Mausoleo di Eroi di una Patria da loro resa libera.